Ridere fa bene e allunga la vita
Ci prendiamo anche noi la licenza di citare il popolarissimo (e sì, ammettiamolo, un po’ banale): “il riso fa buon sangue”. Vale a dire: aggiunge (in allegria) anni alla vita. Sull’argomento le ricerche, che hanno preso il via dagli anni ’80 grazie al “pensiero positivo” di William Fry, psiconeuroimmunologo dell’Università di Standford, California, quasi si sprecano. Tra le più recenti, quella della Mayo Foundation for Medical Education and Research sostiene che la risata riduca drasticamente gli ormoni dello stress, tra i sabotatori più ostici e subdoli di qualsiasi progetto di lunga vita (in dettaglio: abbassa l’adrenalina del 70% e il cortisolo del 39%). Per Micheal Miller, capo team di un gruppo di ricercatori dell’Università del Maryland, invece, con 15 minuti di risate al giorno si ottengono gli stessi benefici in termini di longevità della pratica di un’attività sportiva. Non basta: una bella risata mette in moto tutti i muscoli del viso e, soprattutto, fa contrarre quelli del torace: in questo modo si crea un movimento ritmico che migliora la ventilazione polmonare che, a sua volta, fa indirettamente bruciare più calorie.

D’altronde, è noto fin dall’800, grazie agli studi del neurologo Guillaume Duchenne, che si inizia a sorridere già nel grembo materno come risposta fisiologica a uno stato di benessere. Ma è più facile a dirsi che a farsi, sorridere frequentemente, se il benessere fondamentalmente manca. Eppure, dobbiamo sforzarci a farlo, perchè l’esercizio di questa nobile arte può invertire, seppure in parte, la rotta dell’umore nero. Ogni emozione, infatti, ha una sua specifica postura ed è modulata da un particolare tipo di respirazione: così, se riproduciamo l’espressione facciale tipica di un’emozione e la manteniamo per alcuni secondi si modifica anche la fisiologia del nostro corpo e iniziamo ad avere cambiamenti interiori che accompagnano quella determinata emozione.
Cosa significa? Che, in sostanza, come scoperto dagli ultimi studi di neuroscienze, se sorridiamo per almeno una decina di secondi coinvolgendo tutti i muscoli del viso, possiamo concretamente percepire un senso di benessere e aumentare il nostro stato di felicità, innescando un circolo virtuoso: maggiore predisposizione a sorridere, più buonumore e di conseguenza maggiore aspettativa di vita.

Per tutto questo vale la pena introdurre nella propria routine quotidiana un sorriso ripetuto, anche forzato, più volte al giorno: è una buona abitudine che fa bene alla mente, al corpo e ai rapporti sociali. Ma è qui, che si pone, un altro dilemma: quello della naturalezza o meno del sorriso e del suo “ritorno” in termini di successo nei rapporti interpersonali.

Un esperimento condotto da un team di psicologi della Bangor University, in Inghilterra, pubblicato su Psychological Science, ha dimostrato, per esempio, che sorridere non basta. Per essere ricambiati, perfino per anticipare un sorriso altrui e intraprendere, di conseguenza, relazioni più approfondite e proficue, occorre che il sorriso sia sincero, perché comunica apertura, disponibilità all’ascolto, fiducia. In poche parole: attenzione ai “falsi”, propri e altrui, che oltretutto si riconoscono, facilmente, dal linguaggio del corpo, perchè mentre i sorrisi spontanei coinvolgono anche i nervi e i muscoli di zigomi e occhi, quelli di pura cortesia interessano quasi esclusivamente la parte inferiore del viso, manifestandosi come uno stiramento delle labbra.